A ognuno il suo storytelling.

20 Giugno 2024

A ognuno il suo storytelling.

Non è vero che l’essere umano è fatto al 60% d’acqua.

È fatto per lo più, di storie.

Di innumerevoli esperienze di vita, bagni di realtà, plot twist, opere di fantasia, sogni e abitudini, peripezie, relazioni, legami, avventure reali o immaginarie, “pensieri, parole, opere, omissioni” e poi ricordi, sogni, trame dalle quasi infinite sfaccettature.

In questo mondo ai confini del Matrix, è umanamente difficile non chiedersi: “È la narrazione a vivere attraverso l’uomo o è l’uomo che vive di narrazioni”?

La domanda, oltre che da filosofi, cineasti e autori in genere, è stata “cavalcata” dalla pubblicità.

Il tempo delle storie.

Chiudi gli occhi e pensa alla Sophie Marceau più carina che si potrà mai ricordare.

Frangetta sbarazzina, sguardo sognante e un paio di cuffiette con la sussurratissima, mielosa, eye-rolling “Reality” di Richard Sanderson.

Pochi attimi di film che avrebbero drammatizzato le storie d’amore dei Boomer di oggi e che attraverso le narrazioni di Instagram, YouTube e TikTok, sono arrivati a conquistare anche il pubblico più giovane.

Come moltissimi fenomeni del passato diventati meme planetari (come non ricordarsi di Math Lady?) anche “Il Tempo delle Mele” ha vissuto un’epifania social firmata The Jackal.

La parodia riuscitissima del gruppo comico napoletano, narratori digitali di professione, sostituisce la canzone di Sanderson con l’attualmente più celebre incipit di Indagini, podcast di Stefano Nazzi.

Parodia delle relazioni d’oggi, in cui l’amore per i propri simili è sovente sostituito da quello per il true crime.

Un giovane uomo in camicia bianca e cravatta sta posizionando con cura un paio di cuffie su una giovane donna con i capelli lunghi fino alle spalle. Si trovano in un ambiente interno poco illuminato con altre persone sfocate sullo sfondo. La giovane donna ha uno sguardo contemplativo.

Non solo Google.

Insieme al silenzioso Pinterest, di cui parleremo in un’altra occasione, il motore di ricerca delle new generations è nientepopodimeno che TikTok.

Per molto tempo considerato solo “il social dei balletti”, in realtà TikTok è un eccezionale strumento narrativo che ha contribuito a rivoluzionare media e stili di comunicazione.

Attraverso la creazione apparentemente improvvisata e naturale di mini-video, i TikTokers hanno “acceso i riflettori” su una creatività domestica e ai limiti del DIY, creando un’autentica connessione con i follower, ben oltre i cuoricini e le visualizzazioni.

Ricette di brand.

Non tutti sanno che brand e cjarsons sono fatti della stessa pasta.

Entrambi, per soddisfare il pubblico, hanno bisogno di una ricetta segreta.

Il procedimento è più o meno il seguente: si prende il concept, lo si mescola con la brand strategy, si arricchisce con naming, logo e TOV, si versa su diversi strumenti di comunicazione e si lascia lievitare con sponsorizzazioni social, eventi mirati e special guest.

Poi si serve, sperando il target gradisca.

Aggiungendo all’impasto una bella manciata di pane in esubero, è nata La Tosta.

Un piatto di cinque gnocchi cosparsi di formaggio e pangrattato. Gli gnocchi hanno un aspetto bruno dorato e il piatto è guarnito con piccoli fiori viola per la decorazione.

Di birra, di pane, di sostenibilità.

Lungi da essere un “semplice” prodotto, La Tosta è un brand a tutti gli effetti.

Prodotta dalla fermentazione del pane avanzato nell’ambito di un progetto regionale contro gli sprechi alimentari, La Tosta è la birra artigianale “tosta ma fresca” di Lignano Sabbiadoro.

Nome, payoff, labelling, insieme ad ogni possibile strumento di comunicazione, si incontrano in uno storytelling che “sa d’aperitivo”, arrivando su banconi e tavolini dei bar come una gradita ospite per raccontare un’insolita lovestory tra sostenibilità e movida, turismo e sostenibilità.

E “cincin” più consapevoli per tutti.

Una pila di lattine di soda italiane