“C’è una bellissima pubblicità brutta in questi giorni sui nostri periodici e quotidiani”.
Iniziamo questo articolo copiando “paro paro” le parole di Paolo Iabichino sull’Economia Civile di Avvenire.
Perché di bellezza autentica, difettosa, espressiva, vogliamo parlare qui.
C’è stato un tempo nella storia dell’umanità, in cui la bellezza ha preso una forma tutta sua: quella delle top model.
Erano gli anni di Gianni Versace, di donne glamour, sfilate e servizi fotografici con protagoniste Linda Evangelista, Naomi Campbell, Cindy Crawford, che non erano solo belle, erano da iperspazio, da Metaverso, da follia.
Non si sa se qualcuno abbia mai misurato la sezione aurea di codeste divinità da red carpet, ma la certezza è che oggi la perfezione di Carla Bruni non sarebbe abbastanza: il pubblico le chiederebbe con urgenza: “Qual è il suo difetto più sgradevole?” e lei dovrebbe essere così sincera da dichiararlo apertamente, come per altro ha fatto con la Fagnani a Belve.
Che “la bellezza non basta” ce lo insegnò negli anni ’70 una tra le donne più belle al mondo: Jane Fonda.
Quando non c’erano filtri, né social o photoshoppate, l’avventuriera spaziale Barbarella si è battuta per i diritti delle donne – indimenticabile il suo pugno alzato in favore delle donne, in Piazza Campo de’ Fiori a Roma – per la fine della guerra del Vietnam, per la democrazia, per l’ambiente risultando, in un certo senso, ancora più bella.
Così, in un mondo in cui non si può più credere a niente – qualcuno ha mai sentito parlare di Fake News? – i brand hanno bisogno di trovare proprio la loro personale Jane Fonda, di “mostrare la loro vera faccia” per esempio, se parliamo di settore beauty o fashion, esponendosi su tematiche come inclusione, body positivity e diversity.
È davvero finita l’era degli scatti zenitali, i ritratti con luce impeccabile, le location mozzafiato? I SMM dicono di sì.
Oggi gli utenti preferiscono contenuti autentici, “brutti” e funzionali ai loro bisogni, capaci generare fiducia, curiosità ed empatia.
C’è anche da dire però che, almeno sui social, il concetto di bello o brutto cambia a seconda dello schermo: generalmente un contenuto pensato per Instagram può sembrare eccessivamente patinato su TikTok, e completamente fuori luogo su LinkedIn.
Quando un utente medio accede ai social e inizia con lo scroll compulsivo, non sta solo passando del tempo.
Succede anche a te: attraverso i profili che segui e i contenuti che preferisci, stai scegliendo a che gruppo appartenere, in quale creator rispecchiarti, chi imitare e chi naturalmente seguire.
Se desideri pianificare una strategia dei social mirata ed efficace, capire come differenziare i tuoi canali, creare contenuti omnichannel ed autentici per il tuo brand, non ti resta che scriverci.